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Un labirinto di strade vuote e silenziose, una città completamente desolata che sta sparendo un po’ alla volta. È così che la capitale del Giappone viene rappresentata in Tokyo Stories, opera attualmente in sviluppo negli studi di Drecom e firmata da Yuki Ikeda, già Director del celebre Rain uscito nel 2013 su PlayStation 3. Un’avventura narrativa, quella di Tokyo Stories, dalle atmosfere melanconiche, lo stile visivo retrò e le musiche dal piacevole gusto nostalgico. Con una giovane e solitaria protagonista che ha un unico scopo: ritrovare la sua amica scomparsa.

“Tokyo è una città densamente popolata” racconta Ikeda-san, oggi Producer e Director di Tokyo Stories, parlando dell’ambientazione che fa da sfondo alle vicende del gioco. Quella stessa Tokyo presente nel titolo e che, talvolta, dà l’idea di essere la vera protagonista del progetto. “È piena di vita e puoi sempre ottenere rapidamente ciò di cui hai bisogno.” Basta pensare ai suoi quartieri principali, come Shibuya, Akihabara o Minato, per capire quanto queste parole siano vere. “Tuttavia, molte delle persone che la abitano portano dentro di loro un grande senso di solitudine.” Un sentimento, la solitudine, che accomuna tanta gente nel mondo. “Penso che la solitudine sia qualcosa che creiamo noi stessi, che ci fa allontanare dagli altri. È da questa base che ho cominciato a pensare alla Tokyo raccontata in Tokyo Stories, alle problematiche che la città e i suoi abitanti affrontano e che vengono svelate durante l’esperienza di gioco.” Perché è proprio girando per le strade della capitale che si deve scoprire la verità dietro la sparizione dei suoi cittadini, il cui posto è stato preso da manichini inanimati ma vestiti di tutto punto che sembrano nascondere grandi segreti.

La Tokyo rappresentata nell’opera è volutamente alternativa. Non presenta infatti gli scorci famosi, quelli che si vedono nei film o negli anime di successo, bensì vicoli e aree meno conosciute. Quella che si palesa agli occhi del giocatore è, per così dire, una Tokyo nascosta. “Gli abitanti di Tokyo non visitano spesso i luoghi turistici, bensì preferiscono passeggiare per strade poco note e più nascoste. E quando vanno nelle aree più famose non si concentrano tanto sui luoghi che stanno attraversando, ma preferiscono godersi la compagnia di chi è con loro. Ho pensato quindi che concentrare l’attenzione in Tokyo Stories su questi luoghi meno frequentati potesse permettermi di mostrare quegli angoli e quegli aspetti della città che raramente vengono rivelati in altre produzioni.”

Tokyo Stories, però, è molto più che un dipinto underground di una metropoli famosa. È anche un titolo che strizza l’occhio al passato senza nasconderlo nemmeno un po’. A partire dal gameplay, che fa dell’esplorazione il fulcro dell’esperienza. Un’esplorazione che propone non una telecamera libera come nelle opere moderne, ma le inquadrature fisse che andavano di moda nei videogiochi di fine anni ’90. “Questo tipo di regia non è molto usato al giorno d’oggi” spiega Ikeda-san. “Ho pensato quindi che potrebbe sembrare nuovo e fresco. Mi piace molto lo stile della telecamera statica combinato con immagini prerenderizzate tipico dell’epoca delle prime due PlayStation. Permette di mostrare la città con un’angolazione dinamica e amplifica l’atmosfera nostalgica che la pixel art può evocare. Non solo: il passaggio tra le varie angolazioni della telecamera aiuta a trasmettere il senso di smarrimento che si potrebbe provare in una città.”

Non è solo questo. L’utilizzo della grafica 3D mista alla pixel art retrò crea un mix visivo interessante e unico. “Utilizzare la pixel art da sola sarebbe stato riduttivo” commenta Ikeda-san mentre racconta le sfide incontrate nel combinare due stili grafici tanto diversi tra loro. “Per mantenere l’aspetto moderno che avevamo in mente abbiamo inserito una grande quantità di oggetti di scena, animazioni ed effetti sullo schermo, cercando di bilanciare il tutto in modo che la sensazione complessiva fosse quella di un’esperienza visiva contemporanea pur mantenendo la caratteristica dell’arte pixelata.” Il tutto viene esaltato dagli abbinamenti cromatici che arricchiscono ogni sezione di gioco. Non solo tramite i filtri che vanno a definire le ambientazioni, ma anche attraverso una caratterizzazione certosina dei personaggi, rappresentati ognuno con un colore specifico. “La simbolizzazione dei protagonisti è stata una sfida importante. Quando si usa uno stile artistico come quello adottato in Tokyo Stories, aggiungendo dettagli si aumentano su schermo i ‘rumori’ nel momento in cui il tutto viene tradotto con una veste fatta di pixel. Al contrario, ridurre troppo i dettagli rischia di fare sembrare i personaggi meno affascinanti. Il colore è stato molto utile in tal senso: ho definito il colore di ciascun personaggio tenendo in considerazione la sua personalità e successivamente ho rifinito abiti e accessori. La protagonista, che incarna al meglio il mondo del gioco, è stata rappresentata con il blu che caratterizza la Tokyo notturna.” Il tutto si sposa con delle tracce musicali che evocano un certo gusto nostalgico. “Per la colonna sonora ci siamo rivolti al beat maker Newly. La sua musica, triste ma al tempo stesso bellissima, riesce a esprimere perfettamente le emozioni che si intrecciano tra le persone e i loro sentimenti durante la notte a Tokyo.”

Gli sforzi di Drecom non si stanno focalizzando solo sullo sviluppo di Tokyo Stories, ma anche nel creare una community affiatata attorno al gioco. Come? Preparando approfondimenti sulle principali attrazioni di Tokyo, sul cibo tipico che si consuma in Giappone e sulle abitudini quotidiane della protagonista, che riflettono quelle della gioventù giapponese. Un lavoro impegnativo e diverso dalle classiche attività di marketing delle altre produzioni. “Il team non solo condivide novità sullo sviluppo del gioco, ma anche le opere commissionate ai pixel artist e le fotografie dei paesaggi. L’obiettivo è fare conoscere al mondo Tokyo insieme all’opera.”

Un lavoro certosino quello dietro alla creazione di Tokyo Stories, in altre parole. Che non deve stupire. Perché nella realizzazione del titolo non è coinvolto soltanto Yuki Ikeda, ma anche Seiichi Terashima in qualità di Art Director. Entrambi avevano collaborato al già citato Rain e, dopo oltre un decennio, sono di nuovo fianco a fianco per creare Tokyo Stories. “In verità noi due lavoriamo insieme da circa venti anni” ricorda Ikeda-san. “Prima di iniziare a creare videogiochi, abbiamo lavorato alla realizzazione di carri da parata per parchi a tema.” Poi è giunto Rain, appunto. E adesso Tokyo Stories, che condivide con Rain alcuni tratti, tra cui un’atmosfera malinconica, senza però legarsi a esso. “Come allora, anche adesso cerchiamo di fare qualcosa che solo noi due possiamo creare” conclude Ikeda-san, riferendosi sia a Tokyo Stories che al legame professionale che lo unisce a Terashima-san. “Speriamo che il pubblico ci sostenga!”

Non ci resta che attendere novità sul rilascio di Tokyo Stories per poter camminare anche noi tra le misteriose stradine secondarie di una città in grado di rubare il cuore. Sia nella realtà che nella finzione.

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